ACROSS THE UNIVERSE

Uranometria

Più degno che gettarsi a capofitto nello spazio – consuetudine da orfani di idee – è collezionare mappe celesti. Che bello quando, nell’informe stellare, appariva, esplicita, ineluttabile, l’Aquila e il Sagittario, Andromeda in catene e Pegaso, Ercole assalito dal Serpente, il Pavone che perfora il corpo dell’Indiano, Orione che affronta il Toro sventolando il vello di una fiera, l’Idra che avvolge nella sua spira l’emisfero, soffocandolo... Il cielo, è chiaro, è la nostra carta d’identità: le costellazioni si leggono come le linee della mano, arte chiromantica guida lo stilo di Johann Bayer e quello di Frederik de Wit, di Abraham Ortelius e di Joan Blaeu, cartografi dell’ignoto. Chissà poi se siamo noi gli spettatori dello spettacolo celeste, o se è il cosmo, cerbero con miliardi di occhi lungo l’etimo del corpo, senza palpebra, a godere delle nostre grottesche vicende terrene. Ma che meraviglia i globi celesti del Seicento, l’astronomo di Vermeer che misura l’incommensurabile nel suo antro buio – opera magica: sintetizzare il cosmo in un libro –, mentre dalla finestra il lattaio chiama le domestiche a raccolta; la sua veste è blu, i capelli scrosciano, a riccioli, lungo le spalle, ha il naso adunco. La Terra non esiste senza il Cielo, ne è il distillato e la scoria: la foggia dell’astronomo non è diversa da quella dell’alchimista, che per albedo tenta la fenice dal fango, tramite la calcinazione di estrarre l’angelo dal volgare.

Pullulano gli indovini quando il senso è smarrito, furibonda la divinazione tenta sull’ultimo filo di ragno di tessere un canto che riunisca le dita all’etere, il tempo umano al bramito dell’universo, l’ora con l’oltre, i vivi e i morti. Nell’era barbara, nuovi aruspici proclamano un’apocalisse da tasca, i soliti ricchi si apprestano a invadere Marte. L’oggi è un bimbo che trascina il cranio del dio decapitato, vi ha posto una candela in bocca; neppure il pupazzo cristico, agito da un papa-puparo, al giogo della festa, funziona – carità non è feticcio, ma ferocia decuplicata. Gli angeli sono rinchiusi in voliera, hanno disimparato il volo.

Nel tempo che vomita nuovi miti e dèi a gargarismi – ogni guerra è sempre religiosa – noi stiamo nel forte di Charles de Foucauld, sospesi su deserti di pietra, degni nell’irriconoscenza; nella capanna poetica che William B. Yeats si è costruito a Innisfree, “fatta di argilla e vimini intrecciati”, in uno sciabordio di api; nella tratta di Antonin Artaud, che tra i Tarahumara, in Messico, e alle Aran, in Irlanda credeva di trovare le vestigia degli ultimi Iperborei (ne tornò con calici di oppio in sacca, perduta la reliquia di San Patrizio); nell’ottusa dedizione di Rose Hawthorne che sceglie la parte degli incurabili e degli scarti. Come sempre, i lunari e i poeti sono espulsi dalla civiltà, e ogni volto – secondo ascesi – è un incendio bianco. Il palco non è diverso da un osservatorio astronomico, da un alto esorcismo; allora, rischiamo la parola apocrifa e inappropriata, l’esegesi degli Argonauti, fissiamo il cielo fino a scotennarlo: non vogliamo sconti. Una volta, da bambini, ci bastava andare sotto un tavolo per vedere oceani, velieri, cataclismi di draghi, il cielo slacciarsi il mantello e mangiare dalle nostre mani.

Davide Brullo